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Autore: Barbara Badiali

Per decadi, abbiamo pensato ai profili di leader come grandi raccoglitori – due tipi popolari erano i “visionari”, che sposavano la strategia e pensavano a cose divertenti da fare, e gli “operativi” che facevano il lavoro duro. Intuitivamente sapevano che dovevano esserci dei leader che non rientravano in queste categorie, ma non se ne faceva nulla. Secondo una survey globale di 700 executives in diversi tipi di industrie, condotta da Strategy&, la divisione di consulenza strategica di PwC, solo l’8% dei leader d’azienda sembrava eccellere sia negli aspetti strategici che nell’execution.

execution, organizzazione, strategia

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Steve Jobs ha costruito, e poi fatto crescere, Apple fondendo la tecnologia con il design. IBM è rimasta uno dei principali attori nel suo settore per circa un secolo investendo in una ricerca che è stata spesso un decennio in anticipo sui tempi. Facebook “si muove velocemente e mantiene un’infrastruttura stabile”. Ognuna di queste aziende, a proprio modo, fa innovazione in maniera eccellente. Ma ciò che rende Google (ora ufficialmente noto come Alphabet) diverso è che non si basa su nessuna strategia, ma semplicemente sforna progetti innovativi e li commercializza.

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In un libro di recente pubblicazione, “Plant Revolution”, Stefano Mancuso, scienziato e neurobiologo, sfata il luogo comune secondo cui le piante sarebbero degli esseri viventi semplici e senza una particolare intelligenza. In realtà, a differenza di quanto si possa pensare, le piante sono l’esempio di intelligenza adattiva più brillante, se non il migliore esempio a cui ispirarsi sulla Terra per trovare delle soluzioni per la maggior parte dei problemi che affliggono l’umanità come l’inquinamento, la penuria di risorse, i rischi che derivano dai fenomeni atmosferici e la possibilità si sopravvivere a un attacco: “Le piante consumano pochissima energia, hanno un’architettura modulare, un’intelligenza distribuita e nessun centro di comando”.

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